Esce oggi per Feltrinelli “Tutte le canzoni della pioggia ci riconoscono” romanzo d’esordio di Sabrin Hasbun, scrittrice italo-palestinese che racconta la storia della sua famiglia, sospesa tra la doppia nazionalità- italiana per la madre e palestinese per il padre- e il tentativo di mediare tra due culture così diverse. Ho avuto l’opportunità di leggerlo in anteprima e vi racconto qui le mie impressioni, . Il libro è un memoir che attraversa i confini dei due paesi dove Sabrin si è trovata a crescere, Italia e Palestina, tra tradizioni familiari differenti e conflitti politici irrisolti.
Il racconto procede su un doppio binario, sullo sfondo i principali eventi storici che hanno dato vita alla questione palestinese, dalla fondazione dello Stato di Israele nel 1948 e l’inizio della pulizia etnica dei palestinesi, alla nascita dell’Olp e alla guerra dei sei giorni fino agli accordi di Oslo e alla storia più recente, compreso il 7 ottobre.

dall’altro la storia familiare: come si sono conosciuti i suoi genitori, a Firenze, il matrimonio e i periodi trascorsi in Palestina, la difficoltà della madre a inserirsi in un contesto sociale così’ diverso per abitudini e tradizioni, l’autrice mostra le difficoltà della vita sotto occupazione ma anche l’ostracismo, i pregiudizi con cui spesso si è dovuta confrontare in Italia. Il libro è come diviso in due parti: la prima è la ricostruzione della vita familiare prima della nascita di Sabrin, venuta al mondo nel 1989 vicino a Gerusalemme, e poi cresciuta in Italia. la seconda è il dipanarsi degli eventi anche tristi, come la morte della madre Anna per un cancro e l’inasprirsi del conflitto, L’irrisolta questione palestinese e le varie intifada restano sullo sfondo dando al romanzo un tono intimo e familiare e mai quello di un manifesto politico.

“Scrivendo la storia della mia famiglia mi sono resa conto che creiamo i nostri ricordi e le nostre storie così come i nostri ricordi e le nostre storie creano noi, in un processo continuo di ricordo, narrazione e ri-narrazione, scrittura e riscrittura. Ho cercato di rispettare questo dato di fatto” scrive l’autrice: “Il libro ha preso forma nell’arco di quasi dieci anni – spiega – ed è stato plasmato da eventi – passati e ancora in corso – che hanno continuato a cambiare la mia prospettiva sulla vita della mia famiglia negli ultimi cento anni. In Palestina, la ferita della storia non si rimargina mai. È una storia in divenire in cui dobbiamo continuamente riscrivere la nostra presenza se non vogliamo esserne cancellati. Anche di questo ho dovuto tenere conto”.

Perché leggerlo?

Perché al di là della collocazione geografica e geopolitica, la sua storia personale diventa la storia universale di tutte le persone che sono sfollate o emigrate e si sono trovate a cercare di integrarsi in un Paese che non era il loro. Bellissime le pagine in cui Sabin ricorda l’attentato alle Torri Gemelli del settembre 2001 e come questo evento cambiò il modo in cui i suoi compagni di classe la guardavano e trattavano. Fino a quel “vai via terrorista, torna al tuo Paese” urlatole in faccia da un coetaneo.

La migliore motivazione alla lettura ce la fornisce però l’autrice: “Per provare – provare davvero – cosa significa vivere come me, come la mia famiglia, come il mio popolo, come vivono tante persone nel mondo che sono sfollate o emigrate, che si sono mescolate ad altre comunità o hanno attraversato confini per generazioni, allora sentirsi smarriti potrebbe essere il modo migliore di leggere questo libro”.


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