
22 luglio 2026
Tra le mie letture dell’estate non poteva mancare il libro di Michele Mari, “I convitati di pietra”, vincitore dell’80esimo Premio Strega. L’ho letto un po’ per tributo agli anni del liceo trascorsi nello stesso istituto frequentato da Mari, un po’ per essermi scontrata tante volte alle cene di classe con quel tempo immutabile di cui parla l’autore, che ci riporta intatti a com’eravamo, cristallizzati in ruoli che non ci appartengono più, ma nello stesso tempo consapevoli del tempo passato inesorabilmente, reso evidente dalle teste incanutite e delle rughe incipienti.
Che dire di questo romanzo che ci riporta un po’ a “Dieci piccoli indiani” e in tempi più recenti ad “Hunger games”: spietato, cinico, geniale nella scelta del tema (un patto mefistofelico tra 30 compagni di classe a chi resterà in vita più a lungo e potrà così godersi il gruzzolo che ogni anno a ogni cena di classe veniva rimpinguato). Ma anche commovente nel suo finale così tenero e inaspettato, dove dopo aver rincorso per tutto il libro la giovinezza (il vero premio di questa lotteria all’ultimo sopravvissuto) Mari indugia quasi con un senso di pietas sulla vecchiaia degli ultimi due sopravvissuti e sulla scelta di prendersi cura a vicenda l’uno dell’altro.
La scrittura è densa, nervosa, incisiva e aggancia il lettore dall’inizio alla fine, i personaggi sono descritti nelle loro vulnerabilità e nevrosi, lasciando al lettore la libertà di tratteggiarli e immaginarli. Indimenticabile Brodo, la Ricci e Rivadeneyra.
È un libro che non si dimentica facilmente, che lascia addosso un senso di nostalgia per l’età così sofferta dell’adolescenza e che fa riflettere sulla rincorsa al successo, al denaro, sull’amicizia, di cui l’autore dà una lettura disincantata ma all’occorrenza esemplare, quando fa provvedere l’ ex compagno più ricco alle spese di ricovero in istituto di una loro compagna di classe.
Chi è stato in quelle aule, chi è stato nella III A del liceo Berchet non può esimersi dal leggerlo.

Lascia un commento